Licenziamento a seguito di chiusura di unità produttiva e rifiuto di trasferimento presso altra sede

licenziamento e dimissioni

Un’azienda vede diminuire il proprio fatturato a causa della crisi economica.

Per tale ragione il datore di lavoro decide di ridimensionare la propria attività.

Viene quindi disposta una riorganizzazione aziendale, tesa a ridurre i costi di gestione.

Il processo di ristrutturazione prevede la chiusura di un’unità produttiva sita nel Nord Italia, ritenuta non più essenziale, ed il conseguente esubero di tutti i lavoratori ivi impiegati.

Il datore di lavoro tuttavia non abbandona i propri dipendenti, ma anzi offre loro un’alternativa al licenziamento.

Onde evitare il recesso, infatti, viene proposto loro di continuare l’attività presso altra unità produttiva, sempre appartenente al datore, ma sita al Sud.

Senonché uno dei lavoratori in esubero rifiuta …

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Legittimo il licenziamento del lavoratore protagonista di mancato rientro dopo la malattia

licenziamento e dimissioni

Un lavoratore contrae malattia.

Nell’immediatezza del fatto al dipendente viene rilasciata apposita certificazione medica, la quale stabilisce in 15 giorni il periodo di guarigione.

Il lavoratore, quindi, consegna tale certificato medico al datore di lavoro.

Successivamente, però, il dipendente si sottopone ad altre visite mediche, in seguito alle quali viene rilasciato un nuovo certificato.

Questa volta il periodo di guarigione è stimato in 10 giorni.

Il lavoratore, però, non se ne accorge e consegna anche questo certificato al datore di lavoro.

Alla scadenza dei 10 giorni il dipendente non rientra al lavoro, prendendo per buono il periodo di guarigione (15 giorni) indicato nel primo certificato.

Il datore di lavoro, preso atto del mancato rientro, dopo 4 giorni …

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La decisione dell’azienda distaccataria di sopprimere la posizione lavorativa non può portare al licenziamento del dipendente distaccato

licenziamento e dimissioni

Un lavoratore viene distaccato dall’azienda A (azienda distaccante) all’azienda B (azienda distaccataria).

Senonché dopo qualche tempo l’azienda B decide di sopprimere la posizione lavorativa del dipendente distaccato.

Viene quindi intimato il licenziamento economico (o per giustificato motivo oggettivo).

Il lavoratore, tuttavia, non ci sta, e decide di impugnare l’atto di recesso.

Dopo vari gradi di giudizio, a pronunciarsi sulla questione è la Corte di Cassazione, la quale dà ragione al dipendente.

Secondo la Corte, infatti, a seguito del distacco il lavoratore, pur venendo a prestare la propria attività in favore dell’azienda B, rimane comunque alle dipendenze dell’azienda A, e deve quindi essere considerato un dipendente a tutti gli effetti di quest’ultima.

Ne consegue che i presupposti per poter intimare il licenziamento devono sussistere in capo all’azienda A e non invece rispetto all’azienda B.

Pertanto …

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Licenziamento a seguito di sentenza passata in giudicato per reati commessi al di fuori dell’orario di lavoro

licenziamento e dimissioni

La questione della quale ci occupiamo in questo post riguarda la possibilità di essere licenziati per aver commesso un fatto di rilevanza penale al di fuori dell’orario di lavoro.

La vicenda concerne un lavoratore accusato di aver minacciato, offeso, aggredito ed inferto lesioni a due agenti di polizia municipale.

L’episodio aveva portato alla denuncia del dipendente da parte dei due agenti ed alla conseguente apertura di un procedimento penale a suo carico, nell’ambito del quale erano state accertate le sue responsabilità.

Per i reati commessi, quindi, il lavoratore era stato condannato con sentenza in sede penale.

Nel frattempo l’azienda presso la quale il dipendente prestava la sua attività, venuta a sapere dell’accaduto, aveva anch’essa aperto …

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Lo spaccio di stupefacenti può portare al licenziamento del lavoratore impiegato presso una casa di cura

licenziamento e dimissioni

Un lavoratore impiegato presso una casa di cura per persone anziane non autosufficienti viene condannato per un reato legato agli stupefacenti.

Il dipendente, infatti, viene sorpreso a spacciare cocaina al di fuori della struttura lavorativa.

L’azienda apre quindi un procedimento disciplinare a carico del lavoratore, al termine del quale intima il licenziamento per giusta causa.

Il recesso viene però impugnato dal dipendente, il quale si difende sostenendo che la condanna per spaccio non è prevista dal contratto collettivo come causa di licenziamento.

Dopo vari gradi di giudizio, a pronunciarsi sulla questione è la Corte di Cassazione, la quale dà ragione al datore di lavoro.

Secondo la Corte, infatti, il contratto collettivo contiene sì un elenco delle possibili condotte che possono portare al licenziamento per giusta causa, ma tale elencazione è solo esemplificativa e non tassativa.

Vale a dire che …

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Il licenziamento della cassiera che carica la spesa della clientela sulla propria tessera fedeltà

licenziamento e dimissioni

Una lavoratrice con le mansioni di cassiera, in occasione di acquisti vari effettuati dalla clientela, carica la spesa sulla propria tessera fedeltà, accumulando punti indebitamente.

La condotta si ripete per lungo periodo e permette alla dipendente di ritirare diversi premi.

L’azienda viene a sapere dell’accaduto ed apre un procedimento disciplinare a carico della lavoratrice, al termine del quale intima il licenziamento per giusta causa.

La dipendente impugna il recesso e si difende sostenendo che il datore di lavoro non ha affisso il codice disciplinare in azienda, per cui la condotta non può essere punita con la sanzione espulsiva.

Ritiene inoltre che il licenziamento sia sproporzionato rispetto all’addebito contestato.

Dopo vari gradi di giudizio la questione arriva dinanzi alla Corte di Cassazione, la quale …

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Il licenziamento del dirigente e la reintegrazione nel posto di lavoro

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Un lavoratore dirigente viene licenziato per giusta causa.

Senonché il dipendente impugna il recesso e chiede la reintegrazione nel posto di lavoro.

Il tutto sulla base dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.

Si oppone all’impugnazione l’azienda, secondo la quale l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori non è applicabile alla figura del dirigente, per cui lo stesso non può chiedere la reintegrazione nel posto di lavoro.

Il lavoratore, però, eccepisce di rivestire la qualifica di dirigente solo sulla “carta”.

Egli, infatti, sostiene di essere uno pseudo – dirigente e che, per tale motivo, l’art.18 è applicabile.

La qualifica di pseudo – dirigente deriverebbe dal fatto che il dipendente non ha il potere di assumere o licenziare altri lavoratori, non ha il potere di firma, ed è soggetto al controllo del direttore generale.

A decidere sulla questione è il Giudice del Lavoro, secondo il quale …

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