La rinuncia all’impugnazione del licenziamento in sede di conciliazione

La riforma Fornero ha introdotto l’obbligo, per il datore di lavoro, di effettuare un preventivo tentativo di conciliazione con il lavoratore dinanzi alla Direzione Territoriale del Lavoro, nel caso in cui intenda intimare un licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

In proposito si parla di licenziamento per giustificato motivo oggettivo nei casi di ristrutturazione di reparti, soppressione del posto di lavoro, chiusura del cantiere edile, ecc. .

Ebbene, in presenza di un vizio nella procedura di recesso, il lavoratore che addiviene alla conciliazione in sede sindacale può legittimamente rinunciare ad impugnare il licenziamento?

E’ il questito che Confindustria ha posto al Ministero del Lavoro.

Secondo il Ministero il lavoratore può legittimamente disporre del vizio di natura procedurale.

Per questo motivo è pienamente valida la rinuncia all’impugnazione del licenziamento formulata in sede conciliativa, così come pienamente valido e produttivo di effetti giuridici deve intendersi l’accordo transattivo raggiunto con il datore di lavoro.

La rinuncia all’impugnazione del licenziamento, inoltre, non comporta la perdita del diritto del lavoratore a percepire la nuova indennità di disoccupazione (ASpI).

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In caso di licenziamento disciplinare si ha diritto all’indennità di disoccupazione (ASpI)

Per lungo tempo ci si è chiesti se il lavoratore che venga licenziato per motivi disciplinari (e dunque per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo) abbia o meno diritto a percepire l’indennità di disoccupazione (dal 1 gennaio 2013 chiamata ASpI).

Ora il Ministero del Lavoro chiarisce che il lavoratore, in questi casi, ha comunque diritto a percepire l’indennità, in quanto il suo stato di disoccupazione deve ritenersi involontario.

Il datore di lavoro, per contro, nel momento in cui licenzia per motivi disciplinari, è obbligato a versare il c.d. contributo di licenziamento, destinato appunto a finanziare l’indennità di disoccupazione.

Negare l’indennità di disoccupazione al lavoratore licenziato per motivi disciplinari non sarebbe giusto, in quanto il dipendente risulterebbe doppiamente svantaggiato: dopo aver subito il licenziamento, infatti, si vedrebbe altresì negare la tutela spettante in caso di disoccupazione.

Senza considerare, poi, che …

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Sempre più spesso il licenziamento viene preferito alla Cassa Integrazione

I fondi destinati alla Cassa Integrazione spesso sono assegnati alle Regioni con ritardo ed allora i lavoratori cassintegrati, non vedendosi corrispondere il trattamento di integrazione salariale, preferiscono chiedere di essere licenziati.

Ciò soprattutto per far fronte alle scadenze ed ai numerosi debiti da pagare.

In caso di licenziamento, infatti, al lavoratore spetta l’indennità di disoccupazione (ora denominata Assicurazione Sociale per l’Impiego).

Meglio dunque ottenere subito l’ASpI che attendere il pagamento del trattamento connesso alla Cassa Integrazione.

E’ il risultato di una malamministrazione che sta mettendo in ginocchio il Paese.

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Nuovi incentivi per favorire l’occupazione

Allo scopo di promuovere l’occupazione, sono stati recentemente previsti nuovi incentivi per le assunzioni.

In particolare, al datore che assume, con contratto a tempo indeterminato, lavoratori di età compresa tra i 18 ed i 29 anni privi di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi, oppure privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, spetta, per ogni lavoratore assunto e per 18 mesi, un incentivo economico pari a un terzo della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali, con un tetto massimo di € 650,00 mensili.

Allo stesso modo, al datore che trasforma un contratto a tempo determinato in un contratto a tempo indeterminato (sempre che il lavoratore abbia un’età compresa tra i 18 ed i 29 anni e sia privo di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi, oppure sia privo di un diploma di scuola media superiore o professionale), spetta …

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